Elisabeth Strout, premio Pulitzer del 2009 con I ragazzi Burgess, ci regala un altro ritratto dell’America e dei suoi profondi fallimenti con “Tutto è possibile”. Una vicenda privata diventa il pretesto per scardinare le mitologie di un’intera nazione e di un’epoca. I romanzi della Strout partono tutti da un gesto insensato che però nasconde miriadi di sotto sentimenti e universi. Su questa base, la Strout intaglia, immensa e precisa, un grande romanzo sulle differenze: differenze fra coetanei, fra culture, fra percorsi di vita. E lo fa con tanta sottigliezza da rendere impossibile qualsiasi giudizio. Un coro di personaggio, sempre descritti con precisione e intensità, dipinge in questo magnifico lavoro un affresco della vita e delle contraddizioni di un Paese. Due sorelle e le rispettive differenti scelte di vita, un bidello della scuola la cui fede è scossa e messa alla prova, un veterano del Vietnam in difficoltà e il ritorno inatteso di Lucy Barton, la protagonista dell’amatissimo “Mi chiamo Lucy Barton”, sono gli sfaccettati e mai banali personaggi di questo ultimo e strepitoso lavoro di Elisabeth Strout.



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