Imbarazzante epigono dei suoi più celebri predecessori, il Casanova di Lasse Hallström si muove tra i canali virtuali di una Venezia più simile a quella di Las Vegas che all'originale. Abbandonato dalla madre che sogna di fare l'attrice, il giovane Giacomo impara a convivere con quell'assenza che ha lasciato dietro di sé una scia di cipria e di profumo. Un profumo che, raggiunta l'età dell'amore, ritroverà nei letti "già caldi d'amore" di sfortunati consorti. Ma letto dopo letto e canale dopo canale, Casanova finirà per invaghirsi di Francesca, una giovane femminista ante-litteram decisa ad affrancare mogli e cortigiane dalla prepotenza maschile. Liberatosi finalmente dal suo complesso edipico, Giacomo, tra verità e bugie, travestimenti e rivelazioni la innamorerà fino a impalmarla. Il regista sceglie per il suo libertino seduttore sedotto, la forma leggera (leggerissima!) della commedia, mettendo in schermo una fitta rete di tradimenti e menzogne che non mancheranno naturalmente di strappare applausi e sorrisi. Per tutti quelli che al registro farsesco preferiscono quello tragico rimandiamo ad altri e alti "lidi" e alla cronaca rispettosa e umida di lacrime degli amori di Casanova. Qualsiasi altra interpretazione sull'ennesimo replicante del libertino veneziano sarebbe inutile: dietro ai pizzi e ai nastri non c'è davvero nulla. Davanti c'è soltanto un seduttore buffone piuttosto che tragico servito dallo stolto Lupo Salvato, emulo forse, nelle intenzioni confuse degli sceneggiatori, del Leporello firmato Mozart - Da Ponte. Ma il dongiovannismo di Casanova si esaurisce qui, a non finire mai è il peggio di un'opera che abusa della sua memoria e delle sue memorie.



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