La figura che meglio descrive questo inquietante racconto di Marguerite Duras è lo specchio. Due coppie, due paesi, due lingue si specchiano l'uno nell'altro. Una coppia di amanti torna in un albergo del Nord della Francia, affacciato sull'Inghilterra. La donna intende scrivere: scriverà qualcosa che li riguarda entrambi, lei e l'amante, e l'amato è inquietato, la teme. La coppia inglese è nell'albergo per una sorta di naufragio: qualcosa deve essersi guastato e il loro yacht non riparte. Ma qualcosa s'è guastato, è evidente, nella vita. In un'atmosfera da "angelo sterminatore", il romanzo ci conduce attraverso lo sguardo della donna francese in vertiginosa prossimità di paesaggi interiori profondamente sconvolti. Il racconto cresce così come una specie di cerchio che neutralizza la vita, la sospende a un silenzio straniante. Lo sguardo della donna francese, che pure all'inizio sembrava cercare soltanto lo sguardo dell'amante, per giungere con lui infine alla parola essenziale del loro incontro, sì da dire tutto, e accedere a un che di conclusivo, a una metamorfosi della vita in scrittura, vagando, è attratto man mano dalla magnetica vibrazione corporea dell'altra donna. Di lei il racconto sembra voler sapere tutto: chi è, da dove viene, perché quella tristezza? E perché quell'adorazione da parte di lui? Ed è vera adorazione? O non sono piuttosto l'uno schiavo dell'amore dell'altro? Da questa distrazione nasce Emily L.: chi intendeva scrivere di sé, della sua vita, finisce per dimenticarsi di sé, e in primo piano affiora l'altra donna, la donna inglese, poetessa obliosa fin dei propri versi. Così l'altro vince, imponendo la sua presenza contro ogni disegno premeditato. Emily L. è il commovente e volontario omaggio di Marguerite Duras a Emily Dickinson, e insieme un involontario tributo alla potenza straordinaria dell'altro: che è sempre lì per distrarci da noi e aiutarci così a conoscere noi stessi.